Il palazzo che oggi si chiama Palazzo Spadaro Libertini si è chiamato per decenni Palazzo Libertini, e prima ancora era la casa dei Maggiore di Santa Barbara. Ogni passaggio di proprietà ha lasciato un segno che si vede ancora: un arredo ordinato in Francia, un salotto dove si faceva politica, un archivio di lettere.
Questa pagina racconta quei passaggi. Se cerchi invece cos’è oggi la dimora, dove si trova e cosa si vede nei Saloni, la pagina è Palazzo Spadaro Libertini.
Le origini: un palazzo incompiuto e la ricostruzione del 1725
L’impianto su cui sorge la dimora è cinquecentesco e si fa risalire al palazzo mai finito di Bonaventura Secusio, nato a Caltagirone nel 1558, vescovo di Catania e diplomatico.
Il Palazzo nella conformazione attuale nasce dopo il terremoto del 1693, dall’unione dei resti di edifici diversi: i lavori di ricostruzione cominciarono nel 1725 per volontà di Barbaro Maggiore, Marchese di Santa Barbara, e si conclusero nel 1732.
I decenni successivi non furono tranquilli. Il 7 e l’8 febbraio del 1799, a Caltagirone, nobili, magistrati e sacerdoti sospettati di simpatie giacobine furono prelevati dalle loro case e dalle chiese e uccisi nella piazza davanti alla Cattedrale. È da quei giorni che nasce la leggenda del tesoro nascosto nel Palazzo.
Il 1871: dai Maggiore ai Libertini
Nel 1871 un discendente di Barbaro Maggiore di Santa Barbara vende la maggior parte del Palazzo a un parente, Michelangelo Libertini dei Baroni di San Marco, Patrizio di Caltagirone. È lui a fare del piano nobile di quello che oggi è il civico 22 la propria dimora, e ad arredarla ordinando in Francia infissi laccati bianco e oro, mobili, damaschi e tappeti Aubusson: i tessuti alle manifatture vicino a Versailles, i tappeti ad Aubusson, commissionati per i Saloni ai quali erano destinati.
Le volte, il cui impianto era già stato rimaneggiato rispetto a quello dei Maggiore, vennero fatte decorare dai migliori artisti locali e arricchite dalle pitture di Francesco Vaccaro, della famiglia di artisti calatini le cui opere si trovano nelle chiese e nei musei da Caltagirone fino al ragusano. Le porte dei Saloni di Rappresentanza sono in vetro dipinto con animali esotici e fiori che richiamano i motivi delle volte, così che la decorazione si legga come un disegno unico e non come una somma di episodi.
Di quegli arredi, e soprattutto di come sono arrivati integri fino a oggi, parla per esteso l’approfondimento sui damaschi e i tappeti della dimora.
L’altra parte del Palazzo — primo piano e magazzini — seguì una strada diversa: un altro discendente dei Maggiore la lasciò in eredità, in virtù di matrimonio, al padre del conte Michele Gravina, nonno degli eredi Spadaro di Passanitello.
Come è nato il nome
Michelangelo Libertini donò la proprietà ai figli Gesualdo e Francesca, quest’ultima sposata con il Barone Salvatore Spadaro di Passanitello.
Gesualdo Libertini fu un politico di rilievo regionale e Senatore del Regno. Non avendo discendenti diretti, trasmise l’intero patrimonio, Palazzo compreso, al nipote Francesco Spadaro di Passanitello, figlio della sorella Francesca: storico, araldista e archeologo, e sindaco di Caltagirone.
Da quel passaggio il Palazzo, che fino ad allora era Palazzo Libertini, prese il nome di Palazzo Spadaro Libertini — Palazzo Spadaro, per brevità.
L’Arcadia e il salotto politico dell’Ottocento
I Saloni di Rappresentanza non sono serviti solo a ricevere. Nella seconda metà del Settecento, intorno al 1768, ospitarono le riunioni della Colonia Arcadica fondata a Caltagirone dal Marchese Giuseppe Maggiore di Santa Barbara.
Un secolo più tardi diventarono il salotto politico e culturale del Senatore Gesualdo Libertini, uomo politico di matrice giolittiana, tra i cui incarichi ci fu quello di Segretario alla Camera del Regno d’Italia; morì nel 1948. In seguito, per scelta della proprietà, i Saloni divennero sede di istituzioni e accolsero personalità della letteratura e della politica, siciliane e nazionali.
Luigi Capuana e l’archivio di famiglia
Tra i contatti dell’epoca ce n’è uno documentato. Luigi Capuana, teorico e caposcuola del Verismo, chiese e ottenne dal Barone Francesco Spadaro di Passanitello il sostegno elettorale per l’elezione a Consigliere provinciale, e gli scrisse una lettera di ringraziamento.
L’originale è conservato nell’Archivio Spadaro di Passanitello, di proprietà dell’Arch. Alvise Spadaro di Passanitello Gravina, storico dell’arte e studioso di Caravaggio. Una copia è esposta nei Saloni per sua concessione, insieme ad altre copie di documenti dello stesso archivio: servono a tenere una traccia tangibile dei rapporti tra chi ha abitato la dimora negli ultimi due secoli e le figure più in vista della cultura e della politica tra fine Ottocento e metà Novecento.
Il 2001 e il ritorno alla vita dei Saloni
Nel 2001 il Palazzo è stato dichiarato bene monumentale di rilevante interesse artistico — un riconoscimento che, secondo le fonti della dimora, si deve proprio alla parte di Rappresentanza del piano nobile.
È a quel punto che l’Arch. Alvise Spadaro di Passanitello Gravina ha ceduto il testimone di quella parte alla cugina, l’Avv. Lara Marina Gravina del ramo di Belmonte Beaumont, con l’incarico dichiarato di riportare in vita il cuore del Palazzo. Nata e residente a Milano ma legata alle radici siciliane della famiglia, insieme alla madre Gemma ha intrapreso il ripristino integrale della parte di Rappresentanza e di altre parti della dimora.
È un passaggio generazionale che tiene insieme quattro famiglie legate da vincoli di parentela — Maggiore, Libertini, Spadaro e Gravina — e che ha portato a una scelta precisa: la dimora resta abitazione privata, e insieme si apre a un pubblico ristretto, per visite ed eventi.
Oggi i Saloni si possono vedere: come funziona la visita a Palazzo Spadaro Libertini.
Per collocare la dimora nella città che la ospita, la pagina è Caltagirone.